
Progetto della navata dell’Oratorio di Santa Maria delle Grazie a Padova, OPV 2022
Sintesi dell’articolo predisposta con l’IA
Il testo è un articolo intitolato “Il riuso dei luoghi dello spirito” di Amedeo Levorato, pubblicato il 28 luglio 2024. L’articolo affronta la problematica della dismissione degli edifici religiosi e propone soluzioni per il loro riutilizzo.
L’articolo evidenzia la crisi delle chiese come poli di aggregazione sociale a causa del calo delle vocazioni e della secolarizzazione, specialmente nel mondo occidentale. Questo porta a un interrogativo sul destino di chiese, cappelle e santuari che, pur non essendo tutti di proprietà della Chiesa Cattolica, sono elementi centrali nel tessuto urbano.
L’autore sottolinea che la dismissione di questi edifici è una vera e propria emergenza. Senza una normativa precisa, c’è il rischio che prevalgano interessi speculativi e che gli immobili vengano trasformati in modo “indecoroso” per attività commerciali dettate da mere convenienze materiali. Questo problema è stato riconosciuto anche dal Pontificio Consiglio della Cultura e dalla Conferenza Episcopale Italiana
Vengono citate le normative che regolano la questione:
- Il Codice del diritto canonico (Canone 1222), che permette la riduzione a “uso profano non indecoroso” se una chiesa non può essere utilizzata per il culto.
- Il Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. 42/2004) e le leggi urbanistiche, che tutelano il valore storico-artistico degli edifici.
- Le “Procedural Guidelines” della Congregazione per il clero del 2013, che stabiliscono che gli altari, non potendo essere usati per scopi profani, devono essere rimossi o distrutti.
L’articolo propone soluzioni alternative all’uso commerciale speculativo. In linea con le indicazioni del Pontificio Consiglio della Cultura e della CEI, si suggerisce di preferire riusi culturali (musei, biblioteche, sale conferenze) o sociali (centri Caritas, ambulatori, mense per i poveri).
Il testo riporta diversi esempi concreti a Padova:
- La Chiesa di Sant’Agnese è stata trasformata in uno spazio di esposizione artistica.
- La chiesa del Castello Carrarese è destinata a diventare un auditorium e sala convegni.
- L’Oratorio di Santa Maria delle Grazie, abbandonato da decenni, è al centro di un progetto di recupero per essere riutilizzato come sala prove e concerti per l’Orchestra di Padova e del Veneto. Questo progetto è presentato come un modello di riferimento per interventi non speculativi.
L’articolo conclude auspicando un dibattito concettuale che porti a un riutilizzo delle strutture dismesse che mantenga il loro valore di riferimento per la comunità. Viene sottolineata l’importanza di un approccio che superi le tendenze superficiali e mercantilistiche, valorizzando il ruolo storico di questi edifici come luoghi di “comunità”. Vengono citate le sfide legate alla transizione energetica, che impongono interventi di ristrutturazione e miglioramento per una fruizione moderna e sostenibile.
Il testo dell’articolo
Chiese ed edifici di culto rappresentano elementi di grande rilievo nel tessuto urbanistico cittadino. In tutto il mondo costituiscono veri e propri centri simbolici delle città. Dalla fine del XX secolo, il calo delle vocazioni religiose e l’eclissi del sacro, soprattutto nelle capitali del mondo occidentale, evidenzia una crisi del ruolo delle chiese come poli di attrazione collettiva. Si riduce l’afflusso ecclesiale quotidiano e domenicale, maturano altre tipologie di fruizione (turistica, ad esempio), al ridursi del numero di sacerdoti diminuiscono le funzioni religiose, gli eventi legati alla celebrazione di sacramenti come battesimi, matrimoni e perfino funerali. La Chiesa rimane luogo centrale della trama urbana, ma riduce, quando non addirittura perde, la funzione di luogo di incontro collettivo. Da questa crisi, che tocca anche le diocesi cattoliche che sono state “perno” della cristianità, emerge una domanda di senso per le Amministrazioni Pubbliche, la Chiesa Cattolica e la società civile. Quale destino per le chiese?
Le chiese, le cappelle, i santuari, gli oratori non sono tutte proprietà della Chiesa Cattolica o delle altre chiese. La plurimillenaria eredità religiosa, e la bimillenaria storia del cristianesimo in dialogo e spesso in conflitto con il potere temporale, le signorie, le ricchezze e gli Stati, la storia bellica, hanno visto il patrimonio religioso scomporsi, in qualche caso scomparire, oppure vitalizzarsi per opera di privati cittadini e forme statali interessate al rapporto con la religione, per convinzione o legittimazione. Percio’, la storia delle chiese, delle cappelle, dei santuari, si intreccia strettamente con la storia del territorio.
Questo articolo non ha alcuna presunzione di esaminare nel dettaglio la storia degli edifici religiosi padovani o prescrivere il futuro delle chiese padovane e diocesane come nuovi luoghi dello spirito nel contesto urbanistico della città moderna. La sua finalità è quella di riepilogare alcune suggestioni proposte dall’architettura, dalle istituzioni pubbliche e private e dalla stessa Chiesa Cattolica negli ultimi dieci anni, e proporre alcune interpretazioni utili a stabilire un ordine di riflessione e – auspicabilmente – di regolazione per il futuro ruolo delle chiese nell’ambito urbano. Non vi è alcuna intenzione di stabilire priorità, ma di attivare un dibattito, auspicabilmente ampio.
La riduzione e la chiusura di queste realtà (chiese, cappelle, oratori, monasteri) rappresenta una vera e propria emergenza, in quanto sussiste è il pericolo che, senza una normativa quadro meditata e precisa, la destinazione dei luoghi di culto diventi un tema “strisciante” in cui, come spesso accade, prevalgono gli interessi occulti, ma interessati e speculativi, di pochi immobiliaristi ed esercenti pubbliche attività, tentati dal basso costo e dalle dimensioni ampie e centrali di chiese, cappelle e oratori, per adibirli ad attività incoerenti con la loro origine e destinazione, attività in ultima analisi dettate da convenienze materiali, piuttosto che salvaguardarne il ruolo di luoghi spirituali, spingendo la società civile verso una nuova e ulteriore mercificazione e degrado, sia apparente che simbolico e materialista.
E’ una riflessione che, anno dopo anno, sta diventando sempre più necessaria, per evitare che i “luoghi del sacro” e della spiritualità religiosa, una volta abbandonati per la riduzione della pratica e del numero dei sacerdoti, vengano declassati a spazi commerciali da sfruttare solo per la loro versatilita’ e centralità urbanistica e commerciale.
Del fenomeno, infatti, da tempo si sono accorti il Pontificio Consiglio della Cultura e la Conferenza Episcopale con i delegati delle Chiese dei paesi europei e americani , i quali, in alcuni documenti appositamente predisposti e divulgati il 17 dicembre 2018, trattano nel dettaglio del fenomeno in atto nei paesi cristiani. “…Il problema della dismissione di luoghi di culto non è nuovo nella storia, ma oggi si pone all’attenzione delle Chiese per cause legate a una condizione moderna che possiamo definire sommariamente di secolarizzazione avanzata, ma allo stesso tempo in un contesto di maggiore consapevolezza del valore storico-artistico e simbolico dell’edificio sacro e dei manufatti in esso conservati.”
Occorre, inoltre, considerare che il rispetto e la destinazione dei luoghi sacri viene tutelato specificamente anche dal Codice del diritto canonico (Canone 1222): “Can. 1222 – §1. Se una chiesa non può in alcun modo essere adibita al culto divino, né è possibile restaurarla, il Vescovo diocesano può ridurla a uso profano non indecoroso. §2. Quando altre gravi ragioni suggeriscono che una chiesa non sia più adibita al culto divino, il Vescovo diocesano, udito il consiglio presbiterale, può ridurla a uso profano non indecoroso, con il consenso di quanti rivendicano legittimamente diritti su di essa e purché non ne patisca alcun danno il bene delle anime.”
Esistono situazioni diverse da valutare nel merito: vi sono chiese specificamente attinenti il patrimonio della Diocesi, fortunatamente ancora attive per la maggior parte, con una rarefazione dei riti e la riduzione del numero di sacerdoti e della loro presenza. Vi sono chiese di proprietà di Ordini Religiosi locali, o Congregazioni riconosciute (oggetto prevalente di dismissione in questa fase, in relazione alla chiusura di conventi e strutture di congregazione come scuole o istituti didattici: si pensi ad esempio alle chiese del Collegio Antonianum a Padova o del Convento delle Visitandine a Padova, le Chiese di molte scuole, asili, scuole inferiori e medie, in via di abbandono per chiusura delle scuole paritarie), le chiese storiche rientranti nella sfera pubblica (Comuni, Agenzia del Demanio statale, Demanio militare, Pie Opere di Assistenza e Beneficenza, come quella nell’immagine iniziale che riguarda il progetto realizzato dall’Orchestra di Padova e del Veneto per il reimpiego dell’Oratorio di Santa Maria delle Grazie in Padova, via Cavalletto, di proprietà della SPES Ipab, già Orfanotrofi Riuniti). Molte di queste Chiese transitate ai Comuni e allo Stato sono sconsacrate da decine di anni, in qualche caso secoli, ma vengono mantenute come luoghi di culto (ad esempio la Chiesa dei Servi a Padova), oppure – se private dell’altare – adibite ad usi civici. Vi sono chiese e cappelle e oratori realizzate da privati o divenute tali nei secoli (pensiamo alla Cappella degli Scrovegni o all’Oratorio di San Michele a Padova). Per alcune di queste, prevale l’interesse storico-artistico, e diventa prevalente la considerazione compiuta dallo Stato sulla base della propria normativa: su tutti il Codice dei Beni Culturali, D.Lgs. 42/2004. L’edilizia di culto è disciplinata dal diritto comune in materia di edilizia ed urbanistica, sia statale, DPR 6 giugno 2001, n. 380, “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia”, che regionale, salvo disposizioni diverse derivanti da impegni pattizi. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, in particolare, gli edifici destinati al culto cattolico, anche se appartenenti a privati non possono essere sottratti a tale destinazione, neppure per effetto di alienazione, fino a che la destinazione stessa non sia cessata in conformità delle leggi che la riguardano (articolo 831 c.c.). La tutela degli edifici di culto è affidata a disposizioni contenute nell’art. 5 dell’Accordo di revisione del Concordato del 1984, il quale prevede che “Gli edifici aperti al culto non possono essere requisiti, occupati, espropriati o demoliti se non per gravi ragioni e previo accordo con la competente autorità ecclesiastica. Salvo i casi di urgente necessità, la forza pubblica non potrà entrare, per l’esercizio delle sue funzioni, negli edifici aperti al culto, senza averne dato previo avviso all’autorità ecclesiastica. L’autorità civile terrà conto delle esigenze religiose delle popolazioni, fatte presenti dalla competente autorità ecclesiastica, per quanto concerne la costruzione di nuovi edifici di culto cattolico e delle pertinenti opere parrocchiali”.
La legge 2 aprile 2001, n. 136, all’articolo 2, comma 4, statuisce che “I beni immobili appartenenti allo Stato, adibiti a luoghi di culto, con le relative pertinenze, in uso agli enti ecclesiastici, sono agli stessi concessi gratuitamente al medesimo titolo e senza applicazione i tributi. Per gli immobili costituenti abbazie, certose e monasteri restano in ogni caso in vigore le disposizioni di cui all’articolo 1 della legge 11 luglio 1986, n. 390”.
Quindi, “La progressiva ritirata del cristianesimo in Europa, Italia compresa, implica” conseguenze rilevanti anche sull’immenso patrimonio culturale ecclesiastico” (Internazionale, 8 agosto 2022,”Chi salverà i Tesori della Chiesa“). Se la sua conservazione per lunghi secoli è stata infatti garantita dalla presenza di un clero diffuso, di congregazioni religiose che alimentavano la vita di monasteri, conventi, chiese, basiliche, e dalle comunità che vivevano intorno a quei luoghi, ora non è più così. Il problema, per un paese come l’Italia, la cui storia si intreccia in modo inestricabile con quella della chiesa cattolica, è che patrimonio culturale e beni ecclesiastici spesso coincidono.
Il tempo stringe: secondo dati diffusi dallo stesso vaticano, il 50 per cento dei monasteri chiuderà i battenti in meno di dieci anni, mentre l’invecchiamento dei preti e la scarsità di nuove vocazioni descrivono uno scenario destinato a mutare il paesaggio sociale di un paese tradizionalmente cattolico come il nostro: chiese e conventi si svuoteranno.
A ciò va aggiunto il progressivo spopolamento di paesi e piccoli borghi, un dato demografico generale del quale occorre tenere conto. In un simile contesto, inevitabilmente, vengono dismesse, vendute o abbandonate chiese, edifici storici, monasteri, parrocchie: una miriade di strutture edilizie storiche, spesso vecchie di secoli che punteggiano la penisola da un capo all’altro. Un patrimonio che rischia di andare, almeno in parte, perduto. O utilizzato per rimpinguare le casse di qualche diocesi trasformando un’antica struttura conventuale, una chiesa in disuso, una casa per religiosi rimasta vuota o quasi, in un resort turistico a cinque stelle, in un centro commerciale, in un bar o in una discoteca, diventando per di piu’ un attrattore improprio di traffico veicolare, con l’incremento dell’inquinamento e della congestione ambientale.
Si pensi che in Italia le chiese sono ben 67mila, mentre si contano circa mille musei ecclesiastici a partire da quelli diocesani e passando per musei parrocchiali, missionari, collegati a santuari, di ordini religiosi. Il che implica una quantità eccezionale di beni artistici, arredi, organi, affreschi, quadri, altari, opere di inestimabile valore o semplici testimonianze di fede popolare, del passaggio di epoche e di storie. Nell’articolo di Internazionale ricorda Massimo Bottini, architetto, presidente della sezione di Italia nostra di Valmarecchia, membro dell’Alleanza per la mobilità dolce (Amodo), ha diretto il restauro del convento di Santa Caterina e Barbara a Sant’Arcangelo di Romagna (grande più di 5mila metri quadri), a pochi chilometri da Rimini: “Un convento non è solo una chiesa, è qualcosa che fa parte del sistema urbano, sociale e culturale delle nostre città. Quindi non sto parlando delle mura, dei campanili, delle opere d’arte. Sto parlando della comunità che lì decide di vivere insieme, per esempio secondo i principi benedettini per i quali è fondamentale ospitare il forestiero. In questo senso dobbiamo ricordarci che noi stessi spesso siamo forestieri nelle nostre città”.
Il timore diffuso tra chi si occupa di conservazione dei beni culturali, sia in ambienti ecclesiali, sia laici, è che alla fine gli ex edifici destinati all’uso religioso siano trasformati in negozi, ristoranti di fast food, hotel di lusso o altro.
Per questo anche le citate linee guida del Dicastero vaticano per la cultura indicano una strada alternativa al puro sfruttamento commerciale: “Ambiti privilegiati per il riuso delle chiese sottoutilizzate sono sicuramente il turismo e la creazione di spazi di silenzio e di meditazione aperti a tutti. Come in passato molte chiese non avevano un’immediata finalità pastorale, come la parrocchie, ed erano sorte per volere di laici, per esempio le confraternite, così anche oggi alcune di esse, in un’ottica di corresponsabilità e di diversificazione di strategie, potrebbero essere affidate ad aggregazioni laicali: associazioni e movimenti che ne garantiscano una apertura prolungata e una migliore gestione patrimoniale. In alcune realtà si sta facendo strada l’esperienza di un utilizzo misto dello spazio, destinandone una parte alla liturgia e un’altra a scopi caritativi o sociali”. E vi è anche chi suggerisce che le chiese piu’ recenti, dagli anni ’50 del secolo scorso fino ad oggi, realizzate con materiali poveri ed in economia, in risposta ad esigenze di partecipazione comunitaria in quartieri periferici – dormitorio – cresciuti in fretta, e prive di aspetto religioso, strutturate come capannoni o edifici ordinari, possano essere sconsacrate e abbattute, una volta private degli altari e delle insegne sacre. Eppure, non sempre è cosi’ semplice: in molti casi insorge il senso popolare e comunitario, che identifica questi luoghi come elementi centrali della propria crescita adolescenziale e sociale, o come centri di ritrovo di anziani contro la solitudine. Occorrerebbe una impostazione piu’ rispettosa della sacralità “accumulata” da questi luoghi, e indirizzata a ristrutturarli e utilizzarli per una gerarchia di ruoli: aula studio, biblioteca, sala concerti, luoghi di didattica, confronto filosofico e spirituale, assistenza sociale, teatro di recitazione, luogo di ritrovo diurno e assistenza per anziani protetto rispetto ai centri commerciali. Le impellenti esigenze collegate alla transizione energetica e alla riduzione dell’impatto energetico di tali edifici sui consumi (anche perchè via via ingestibili alla luce degli aumenti tariffari) dovrebbero imporre un ordine di priorità ragionato, quando non degli incentivi precisi offerti dalla finanza pubblica per conservare e valorizzare il tessuto sociale che questi edifici hanno creato e sostenuto in altri tempi, e ancora oggi si esprime liberamente nei contesti parrocchiali.
Il mantenimento e l’impiego degli edifici di culto sta diventando un problema rilevante anche sotto il profilo economico e finanziario. Le entrate delle Chiese Parrocchiali, delle chiese di monasteri e santuari, sono formate da tre voci principali: le offerte in occasione dei riti domenicali e delle feste religiose (1/3 circa), le entrate dai Sacramenti, prive di tariffazione e quindi dedicate alla sola disponibilità dei fruitori: battesimi, comunione e confermazione, matrimonio e funerale sono sacramenti basilari della fede cristiana che si sono sempre contraddistinti come eventi sacri, incoraggiando offerte significative alla Chiesa locale per l’arredo e la predisposizione della chiesa medesima. Queste offerte sacramentali costituivano 1/3 delle entrate, ma sono in rapida diminuzione per la riduzione del numero di fedeli, l’aumento dei matrimoni civili e la scelta laica della sala del commiato e della cremazione per l’esito vitale. Vi era infine una terza fonte di offerte dal territorio, per la visita pastorale del parroco o del vescovo, da parte di attività economiche e aziende che comunque mantenevano un rapporto virtuoso e di relazione intensa con la comunità e la sua chiesa. L’internazionalizzazione, la crescita delle imprese, la laicizzazione multiculturale e multireligiosa hanno imposto un brusco calo di queste offerte e limitato pesantemente la relazione tra sacerdoti e territorio parrocchiale di riferimento. A ciò si aggiunga una presenza crescente di altri riti religiosi e predicatori, e si otterrà un quadro significativo e completo del declino della prevalenza cattolica nel territorio del Veneto e dell’Italia.
La Chiesa è fortemente impegnata, direttamente e tramite le Diocesi, per il mantenimento del patrimonio immobiliare: ogni anno una quota dei fondi dell’otto per mille viene utilizzata per la ristrutturazione delle chiese e per la
loro messa in sicurezza, per esempio installando sistemi di allarme o per il restauro degli organi a canne. Ma i fondi sono assolutamente insufficienti. I conventi e i monasteri che non ricadono sotto la responsabilità della CEI, ma appartengono a congregazioni e ordini religiosi, sono destinati alla chiusura e alla cessione. Alcuni Ordini, soprattutto quelli femminili, hanno visto in pochi decenni dimezzare o azzerare il numero dei religiosi e delle religiose, lasciando all’abbandono grandissime strutture che sono chiuse, nel degrado più inqualificabile, in attesa di acquirenti interessati ad una loro destinazione commerciale, residenziale, sanitaria, quasi esclusivamente a scopo di lucro. E molti Comuni sono interessati alla cosa, per l’entità degli oneri urbanistici e il reimpiego delle strutture medesime, destinate a incrementare significativamente il gettito IMU del comune medesimo (che prima invece era limitato o nullo). Poi c’è il Fondo edifici di culto (FEC), ente controllato dal ministero dell’Interno. In totale sono 840 gli edifici gestiti dal FEC, tra cui moltissime chiese, una settantina delle quali si trovano a Roma, per esempio San Lorenzo in Lucina, Sant’Andrea della Valle, Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Maria del Popolo e Santa Maria in Ara Coeli al Campidoglio. Le risorse necessarie per la conservazione, il restauro, la tutela e la valorizzazione degli edifici di culto, “sono ricavate in primo luogo dall’amministrazione del patrimonio fruttifero che il Fondo possiede: appartamenti, negozi, fondi rustici. Non tutti i beni culturali ecclesiastici sono di proprietà della CEI o dello Stato o Enti pubblici. Il Fondo per l’ambiente italiano (Fai) per esempio, ne ha alcuni di assoluto valore e di cui ha curato i restauri rendendoli poi accessibili al pubblico. Ne è un esempio l’Abbazia di San Fruttuoso, monastero benedettino le cui origini risalgono all’anno mille sulla costa ligure tra Portofino e Camogli. O l’abbazia di Santa Maria di Cerrate, in provincia di Lecce, luogo di fede di origine bizantina e centro di sviluppo agricolo specializzato nella lavorazione delle olive: del complesso fa parte una chiesa che è stata riconsacrata dove si tiene una messa una volta al mese.
Un ulteriore approfondimento sulla questione si puo’ trovare in questo articolo di Aedon, di Alberto Tomer. Come si puo’ osservare dall’esame condotto finora, il problema è di grande rilievo: la sua quantificazione reale risulta complessa e spesso coperta di comprensibile silenzio e omertà interessata da parte dei potenziali utilizzatori delle chiese e degli edifici di culto dismessi per vari motivi dalle organizzazioni religiose. Oltre alle limitazioni imposte dallo Stato, attraverso il Codice dei Beni Culturali per motivi artistici, oltre alle limitazioni della legge urbanistica e a quelle imposte dal diritto canonico, infine, esistono ulteriori limitazioni a nuove destinazioni delle chiese dismesse: tra i beni contenuti all’interno della chiesa in via di dismissione, una specifica attenzione è da tributare agli altari, che a norma del can. 1238 § 2 mantengono la propria dedicazione o benedizione anche qualora il luogo sacro in cui sono posti venga ridotto a uso profano. Tale aspetto è evidenziato pure nelle “Procedural Guidelines for the Modification of Parishes, the Closure or Relegation of Churches to Profane but not Sordid Use, and the Alienation of the Same” della Congregazione per il clero del 2013, che al n. 3, lett. g), così ne sottolineano le conseguenze: “Because altars can never be turned over to profane use, if they cannot be removed, they must be destroyed”. Una prospettiva, pero’, come osservano le Linee guida del Pontificio Consiglio della cultura al n. 16, che “potrebbe porsi in netto contrasto con le norme civili della conservazione del patrimonio culturale”, ma cionondimeno irrinunciabile per l’ordinamento canonico.
Un profilo su cui è invece intervenuta una certa inversione di tendenza nella considerazione della Conferenza episcopale italiana è quello relativo all’opportunità di prevedere mutamenti di destinazione solamente parziali o temporanei, profilo che appare quindi non univoco e sul quale insistono anche ragioni di ordine fiscale. Se infatti gli Orientamenti del 1992 non solo ammettevano, ma addirittura caldeggiavano il ricorso a quest’ultima ipotesi
come misura estrema ove ciò avesse permesso di evitare l’alienazione dell’immobile (n. 35: “Il mutamento temporaneo di destinazione è sempre comunque preferibile all’alienazione dell’edificio”), l’Istruzione in materia amministrativa del 2005 ha invece escluso recisamente una simile possibilità, statuendo che “la dedicazione di una chiesa al culto pubblico è un fatto permanente non suscettibile di frazionamento nello spazio o nel tempo, tale da consentire attività diverse dal culto stesso” (n. 128).
Per converso, va rilevato come in altri contesti nazionali – nei quali vigono anche regimi fiscali differenti – la riduzione auso profano di locali circoscritti dell’edificio, che nelle aree restanti mantiene invece la propria destinazione al culto, è divenuta una prassi relativamente frequente.
Un’indicazione a questo proposito si può tuttavia riscontrare pure nelle Linee guida del Pontificio Consiglio della cultura, che al n. 15 indica tra i comportamenti che devono essere censurati anche quelli consistenti nel “ridurre una parte della chiesa ad uso profano” e nel “destinare di fatto una chiesa ad attività diverse
dal culto divino (sala per concerti, conferenze ecc.), mantenendo in modo sporadico le funzioni religiose”. Soluzioni che non implicano invece la cessazione della destinazione al culto dell’edificio, non comportando perciò i problemi menzionati, possono individuarsi nelle ipotesi, pure osservate con interesse in altri paesi – della trasformazione della chiesa in chiesa cimiteriale o in oratorio (purché quest’ultimo mutamento di stato non sia meramente finalizzato a una successiva riduzione a uso profano svincolata dalle condizioni di cui al can. 1222).
Tomer sviluppa alcune considerazioni, direi obbligate, di cui bisogna tenere assolutamente conto prima di passare alla seconda parte della nostra riflessione. “In merito all’alienazione, va in ogni caso tenuto presente che quest’ultima, al pari della modifica di parrocchie, costituisce un’ipotesi distinta rispetto alla dismissione, ben potendo un ente ecclesiastico sia alienare un edificio ancora dedicato al culto – al quale si applicheranno perciò le disposizioni di cui all’art. 831, comma 2, c.c.: “Gli edifici destinati all’esercizio pubblico del culto cattolico, anche se appartengono a privati, non possono essere sottratti alla loro destinazione neppure per effetto di alienazione, fino a che la destinazione stessa non sia cessata in conformità delle leggi che li riguardano” -, sia mantenere la
proprietà di un immobile già ridotto a uso profano. Quale che sia la concreta fattispecie da affrontare, la procedura da seguire è comunque quella ordinariamente delineata dal Libro V, titolo III, del Codex Iuris Canonici – e
sintetizzata al par. 3, lett. h), delle Procedural Guidelines del 2013 – sulla base del rapporto tra il bene in oggetto e le somme minima e massima appositamente fissate dalla Conferenza episcopale per la propria regione: risultando quindi altresì indispensabile l’apposita licenza da parte della Santa Sede per l’alienazione di tutti i beni dotati di pregio artistico o storico, indipendentemente dal loro valore economico, ex can. 1292 § 2. Per le fattispecie di nostro interesse, quest’ultima condizione andrà quindi inderogabilmente a sommarsi agli altri
requisiti già previsti per l’alienazione dei beni – “non culturali” – di valore superiore a 250 mila euro: consistenti cioè non solo nella necessità che l’alienazione stessa sia determinata da una giusta causa e che sia stata effettuata una valutazione scritta da parte di esperti, ma pure nella licenza dell’autorità competente, individuata nei rispettivi statuti per quanto
riguarda le persone giuridiche non soggette al vescovo o, in ogni altro caso, rappresentata dal vescovo stesso, il quale dovrà a sua volta ottenere anche l’assenso del consiglio diocesano per gli affari economici, del collegio dei consultori e delle parti interessate.
Una considerazione ulteriore si presenta tuttavia con specifico riferimento all’ambito delle chiese ridotte a uso profano, nei confronti del quale il documento della Congregazione per il clero rivolge la seguente raccomandazione al par. 3, lett. f): “Furthermore, the competent authority must assure thatthere is no reasonable possibility of scandal or loss of the faithful which will result from the proposed alienation”. Un problema concreto a questo proposito è rappresentato soprattutto dal rischio, a seguito della vendita dell’immobile, del mancato rispetto del carattere ‘non indecoroso’ richiesto per il suo nuovo utilizzo. Se tale elemento può essere salvaguardato per il primo acquirente tramite il ricorso ad appositi accordi contrattuali, decisamente più complessa si rivela infatti l’individuazione di strumenti che consentano di conseguire il medesimo risultato in perpetuo ed erga omnes: motivo per cui il n. 34, 6°, delle Linee guida del 2018, dopo avere sottolineato l’importanza di simili clausole, conclude facendo “appello alle autorità civili in modo da garantire mediante un vincolo giuridico la dignità del luogo” anche in vista dei successivi passaggi di proprietà.
Riepilogando: sia gli edifici di culto pubblici, che quelli di proprietà religiosa, che quelli privati, soggiaciono alle norme del Codice della cultura, del Diritto Canonico e della legge urbanistica, e da ultimo – se chiese – sono vincolate alla presenza degli altari, che non possono essere lasciati, ma esclusivamente rimossi o distrutti, in caso di sconsacrazione.
Essenziale per le linee guida della CEI, è che la decisione di dismissione venga assunta con il parere di tutti gli organi ecclesiali impegnati, inclusi i fedeli che hanno utilizzato l’edificio religioso. Si auspica che, quando non sia più possibile mantenere un edificio religioso come tale, si faccia uno sforzo per assicurargli un nuovo uso religioso (ad esempio, affidandolo ad altre comunità cristiane), culturale o caritativo, per quanto possibile compatibile con l’intenzione originale della sua costruzione. Sembrano pertanto da escludere riutilizzi commerciali a scopo speculativo, mentre potrebbero essere considerati quelli a scopo solidale. Come ricorda, quindi, il Pontificio Consiglio per la Cultura, insieme alla CEI, sono certamente da preferirsi adattamenti con finalità culturali (musei, aule per conferenze, librerie, biblioteche, archivi, laboratori artistici ecc.) o sociali (luoghi di incontro, centri Caritas, ambulatori, mense per i poveri e altro).
L’impiego dei luoghi religiosi dismessi sia le chiese, che gli oratori, per attivita’ musicali classiche, sinfonica, lirica, contemporanea, e’ una delle possibili utilizzazioni dei luoghi dello spirito. L’Orchestra di Padova e del Veneto, ad esempio, utilizza un antico oratorio (S.Rocco) di proprieta’ pubblica come sala prove e registrazione audiovideo, anche grazie alla presenza di statue ed affreschi di valore storico e culturale. Di recente, sia la RAI che la tv tedesca hanno impiegato e diffuso registrazioni musicali realizzate presso l’oratorio di San Rocco di via Santa Lucia a Padova, anticamente una pertinenza della chiesa dell’Adorazione Perpetua della Diocesi di Padova.
Alcuni esempi a Padova
Anche se non tantissime, le situazioni a Padova di chiese ed edifici di culto, di proprietà sia pubblica che religiosa, in procinto di cambiare destinazione d’uso, non sono mancati negli ultimi decenni e non mancano. Basti ricordare qui la Chiesa di Sant’Agnese in via Dante (antico cardo romano della città), anticamente “Parrocchia di S.Agnese”, aggregata successivamente alla Parrocchia di S.Nicolo’, sconsacrata dopo la seconda guerra mondiale, divenuta quindi sede di una carrozzeria/meccanico, la quale e’ stata recentemente acquisita da una Fondazione culturale e trasformata in un luogo di esposizione artistica: si tratta di un edificio che aveva intrapreso un percorso di grave degrado, ma che grazie al mecenatismo artistico e culturale, ha ritrovato un proprio significato – seppure laico – nel tessuto urbanistico e culturale cittadino.
Vi sono altre chiese che attualmente rientrano nel patrimonio pubblico: la chiesa del Castello Carrarese, ex sede del carcere circondariale di Padova, anch’essa sconsacrata e rientrata nel patrimonio del Comune di Padova in seguito al trasferimento del complesso del Castello Carrarese alla città, che nel progetto di ristrutturazione del Castello rivestirà il ruolo di auditorium-sala convegni per le attività museali e culturali insediate nel complesso.

Chiesa del Collegio Antonianum di Padova
Vi è un’altra chiesa, di proprietà dell’Amministrazione Comunale di Padova, che fa parte del complesso Collegio Antonianum, trasferita al Comune a titolo di pagamento degli oneri di ristrutturazione e cambio destinazione d’uso, attualmente chiusa: si tratta della chiesa del Collegio, che rappresenta una eredità indimenticabile per generazioni intere di veneti e padovani, studenti presso l’Università di Padova. La chiesa potrebbe essere adibita a funzioni di natura sociale e culturale, ed è in fase di predisposizione un apposito progetto per un nuovo impiego che rispetti l’originaria destinazione al servizio della comunità studentesca collegata al Collegio Antonianum dei Padri Gesuiti, una presenza nella società padovana che risale al XV secolo. E’ auspicabile che presto il progetto possa vedere la luce, per potere restituire una importante testimonianza della storia universitaria e religiosa padovana ad una destinazione utile agli studenti e alla città.
Gli esempi raccolti in questo articolo rappresentano solo una minima parte del patrimonio storico di edifici religiosi della città di Padova e della Diocesi. E’ anzi, auspicabile che venga promosso e realizzato un censimento della enorme quantità di edifici e strutture, monasteri, chiese, cappelle oggi abbandonate o non adeguatamente mantenute o aperte al pubblico. L’auspicio piu’ sincero è che, in seguito al dibattito aperto da questo intervento, professionalità e soggetti ben piu’ importanti possano apportare un contributo determinante alla costruzione di questo elenco di chiese, cappelle e monasteri, e che per tutte queste strutture, che hanno svolto un ruolo centralissimo nel tessuto sociale cittadino, possa esservi un futuro ruolo – anche diverso – che mantenga il potere di referenza, spiritualità e legame con la città.
Si pensi, ad esempio, alla chiesa dei Servi in via Roma, restituita al ruolo religioso dopo cent’anni di servitù militare, alla chiesa di San Gaetano, collegata al Centro Culturale, un tempo tribunale della città.
Nel corso del 2021-2022, una antica istituzione musicale padovana, la Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto, fondata nel 1966, ha commissionato allo Studio dell’Architetto Ivan Iobstraibizer, la realizzazione di una approfondita analisi su alcune strutture pubbliche abbandonate che potevano servire da “casa dell’Orchestra” in attesa che l’Amministrazione Comunale decidesse il da farsi per la ristrutturazione e l’ampliamento dell’Auditorium cittadino. Come è noto, l’aula magna del Conservatorio Cesare Pollini, conosciuta anche come Auditorium Pollini, è relativamente moderna (risale infatti alla fine degli anni ’70), ma richiede una approfondita ristrutturazione. La città da tempo attende un Auditorium, sollecitato per molti anni dal M.o Claudio Scimone, fondatore dei Solisti Veneti e dell’Orchestra da Camera di Padova (successivamente diventata Fondazione Orchestra di Padova e del Veneto). Vari sindaci succedutisi hanno dato vita a progetti anche ambiziosi, tra cui l’auditorium di Piazza Rabin, il grande auditorium progettato da Kada su Piazzale Boschetti, il Centro Congressi in Fiera, destinato anche alla funzione di Auditorium poi abbandonata in fase d’appalto per i costi, e il progetto dell’Auditorium all’interno dell’Esattoria di Palazzo Foscarini di Banca Intesa, presso Piazza Eremitani. Tutti questi progetti sono tramontati a causa di costi elevati e delle difficoltà collegate alla loro realizzazione. Nell’ultimo anno, grazie ad un impegno assunto dal Sindaco di Padova Sergio Giordani e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, è stato approntato ed è al via un progetto razionale centrato sullo sdoppiamento delle strutture, attraverso l’acquisto del Teatro Multisala Pio X di proprietà della Curia padovana, selezionato con un bando pubblico, e la sua ristrutturazione e trasformazione in un Auditorium da 600 posti, idoneo ad ospitare concerti soprattutto per la sua funzione teatrale, che comprende un palcoscenico da 150-180 mq. con boccascena di 12 metri. Conseguentemente all’acquisto e alla ristrutturazione del Teatro MPX, l’Amministrazione comunale ha comunicato che procederà alla ristrutturazione completa dell’Auditorium Pollini (palcoscenico, camerini, spogliatoi massa artistica, ascensore, bagni, foyer, sala), in modo da ottenere entro il 2028 la disponibilità di due auditorium idonei ad ospitare l’offerta musicale padovana, che, grazie all’internazionalità del Conservatorio e alla sua dimensione, e alla forza del movimento musicale padovano, potrà proseguire il proprio “discorso culturale” in una dimensione finalmente regionale e nazionale, anche ospitando altre orchestre.
Il lavoro svolto dall’architetto Iobstraibizer, condotto con la collaborazione delle strutture amministrative dell’Orchestra di Padova e del Veneto, ha condotto alla realizzazione di un importante volume, dove vengono esaminate nel dettaglio alcune antiche strutture abbandonate, potenzialmente in grado di dare casa alla sala prove dell’Orchestra di Padova e del Veneto, che è una Istituzione Concertistico Orchestrale (orchestra stabile) riconosciuta dal Ministero della Cultura e occupa il quarto posto tra le 12 I.C.O. presenti in Italia.
Su commissione dell’Orchestra, il gruppo di lavoro ha preso in esame le seguenti strutture:
- Il Cinema Excelsior in Vicolo Santa Margherita, di proprietà della Parrocchia di San Francesco;
- L’Oratorio di Santa Maria delle Grazie, in Via Alberto Cavalletto (Prato della Valle) a Padova, chiesa originariamente di proprietà della Pia Opera Orfanotrofi Riuniti di Via Configliachi, successivamente passato alla SPES, una Pia Opera di Assistenza e Beneficenza (organismo di diritto pubblico) di Padova.
- la chiesa e le strutture esterne del Castello di Padova, per decenni carcere circondariale di Padova, oggi proprietà del Comune di Padova e in fase di ristrutturazione come polo culturale e museale.
- L’area del Parco Prandina, con l’ipotesi di realizzare, nella fase di ristrutturazione e riorganizzazione della vecchia caserma, un “Auditorium nel Parco”, esperienza comune a molte città europee.
Tutti i contributi qui elencati sono raccolti e commentati in modo ragionato nel volume “Contrappunti per la Città”, qui consultabile al link, edito dall’Associazione “Specola delle Idee” nel 2022 da Ethosjob s.r.l.. Tale rilevantissimo contributo al “parco progettuale” della città merita uno spazio significativo nell’opinione pubblica padovana, e una approfondita valutazione da parte delle Amministrazioni Pubbliche, in quanto indaga con progetti concreti, fattibili ed economicamente convenienti, le modalità per rivalutare e utilizzare parti importanti della città, che – come strutture religiose e pertinenze – hanno rappresentato importanti funzioni urbane e punti di riferimento sociali nel passato.
Proprio in questo volume trova spazio un progetto per il riutilizzo di una chiesa dismessa, l’Oratorio di Santa Maria delle Grazie in via Alberto Cavalletto – angolo via Configliachi, nelle immediate vicinanze del Prato della Valle. Tale struttura, sottoposta a vincolo architettonico ai sensi della Legge 01 giugno 1939, n. 1089 con Declaratoria del 11/07/1966), era originariamente proprietà dei Padri Domenicani presenti a Padova. Passata poi agli Orfanotrofi Riuniti, veniva trasferita alla Pia Opera di Assistenza e Beneficenza SPES di Padova in esito ad un intervento speculativo residenziale realizzato sull’area negli anni ’70. Alla fine degli anni ’90 del secolo precedente il tetto veniva ristrutturato, perchè in pericolo di crollo, con un finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Tuttavia, dopo un periodo di impiego da parte del Teatro Popolare di Ricerca (TPR) – Centro Universitario Teatrale (CUT), la chiesa veniva chiusa e rimaneva inutilizzata, impiegata solo come magazzino di restauro.

Prospetti del progetto di ristrutturazione dell’Oratorio Santa Maria delle Grazie a Padova – Via Cavalletto, Padova, 2022 – OPV Orchestra-arch. Iobstraibizer
La struttura, la cui completa ristrutturazione in una sala prove per 60 musicisti e 40 spettatori, utilizzabile anche come luogo di incontro collettivo per il quartiere Consulta 4A, comprendente i quartieri Città Giardino – S. Osvaldo – S. Rita – Madonna Pellegrina e per la Consulta 1 – Centro Storico, è stata completamente definita con la Soprintendenza alle Belle Arti del Veneto e con il Comune di Padova, necessità esclusivamente del finanziamento dell’intervento, che ammonta a non oltre 400.000 euro. Oggi è inutilizzata, abbandonata ormai da oltre vent’anni, ma sconsacrata da oltre 40, conserva un insieme di altari (cinque), un organo dell’800, e una struttura architettonica che risale al ‘700. Il progetto proposto dall’Orchestra di Padova e del Veneto mantiene la destinazione urbanistica dell’immobile prevista dal Piano della città: “area di interesse generale” in virtù dell’art. 71 comma 1 del decreto legislativo n. 117/17.

Piante della ristrutturazione dell’Oratorio Santa Maria delle Grazie a Padova, Via Cavalletto, 2022 – OPV Orchestra – arch. Iobstraibizer
Questo progetto di intervento rappresenta il modello di riferimento per ogni progetto di ristrutturazione di edifici di natura religiosa che si propongano la finalità di mutare la destinazione d’uso in strutture di interesse sociale e culturale non speculativo, mantenendo la funzione di riferimento e centralità nella comunità e nel tessuto sociale, esattamente come auspicano le già citate Linee Guida per la dismissione e il riuso ecclesiale delle Chiese e degli edifici religiosi, predisposte e approvate dal Pontificio Consiglio della Cultura.

Progetto del matroneo dell’Oratorio di Santa Maria delle Grazie a Padova, OPV 2022
Almeno altre due chiese padovane, care al sistema musicale, presentano caratteristiche analoghe all’Oratorio di Santa Maria delle Grazie, e meriterebbero particolare attenzione, e sono la Chiesa di Santa Caterina, un edificio religioso di origine medievale che si affaccia sulla strada di Santa Caterina, ora Via Cesare Battisti a Padova. Fu parrocchiale e chiesa delle Monache Agostiniane, poi dipendente dalla Parrocchia di Santa Sofia, ed è ora rettoria indipendente. Nella chiesa furono battezzati i figli di Galileo Galilei. Al suo interno riposano le spoglie del celebre compositore e violinista Giuseppe Tartini e dell’abate Giuseppe Olivi, naturalista chioggiotto.
Alla chiesa di Tartini si aggiunge, poi, la chiesa di San Luca Evangelista in via XX settembre a Padova, dove fu battezzato nel 1655 l’inventore del pianoforte Bartolomeo Cristofori. La chiesa, di proprietà privata, è a croce greca (unico esempio attuale a Padova) con due cappelle laterali costruite nel 1834 ai lati del presbiterio. Nel 1174, nel luogo dove si trovava un antica chiesa dedicata ai Dodici Apostoli e demolita qualche tempo prima per far spazio alle mura cittadine, il Beato Crescenzio de’ Camposampiero fece costruire una nuova cappella, a ridosso delle mura, utilizzando, per il suo arredo interno quanto di bello e prezioso si poté recuperare dalla demolita chiesa. La chiesa è attualmente chiusa, ma potrebbe essere validamente utilizzata, anche come destinazione turistica, per la memoria di Bartolomeo Cristofori.
Provvisorie conclusioni
Questo excursus su alcune interessanti chiese e pertinenze religiose padovane ha come obbiettivo quello di aprire un dibattito concettuale sulle modalità con cui progettare, pensare e decidere la destinazione di risorse pubbliche e private (disponibili anche attraverso progetti di mecenatismo o crowdfunding) rivolte al reimpiego di queste strutture, abbandonate, inutilizzate o sottoutilizzate per motivazioni diverse, ma sempre a scapito della centralità e della vita comunitaria cittadina. Si cercano spazi nuovi, spesso con conseguenze e risultati insoddisfacenti per l’inaccessibilità e la marginalità delle aree e dei fabbricati disponibili, mentre con uno sforzo collettivo sarebbe possibile dare vita a progetti di recupero che porterebbero grande valore ai fabbricati circostanti e all’intera struttura sociale cittadina, mettendo a disposizione spazi utilizzabili per attività di relazione, culturali, spirituali e – come abbiamo visto – in qualche caso il ritorno alla funzione religiosa e spirituale originaria, in forma rinnovata e vitale.
[parte aggiunta da Ivan Iobstraibizer, in adesione all’articolo] Il recupero del patrimonio edilizio sacro così inteso, impone a noi tutti di riconoscere l’importanza dell’architettura della città per far fronte alle attuali tendenze semplicistiche, che parlano di qualità dell’architettura in termini abusati di ecologia, di sicurezza, di prestazioni energetiche, di benessere affidato alle soluzioni impiantistiche, di pubblico solo
perché partecipato il processo che la illustra. Direzioni che invece, potrebbero essere solide e certe se intraprese per un cammino più articolato e complesso. Tale confusione annulla la realtà dell’architettura e della sua possibile modificazione, a causa del continuo sovrascrivere dovuto al vuoto lasciato dall’incapacità di aggiornare un’impostazione metodologica e programmata.
Nel nostro agire quotidiano è tempo di pensare l’architettura “sacra” riportandola alla vita e alle relazioni ricordando che l’uomo non è un uomo di un paese o di una città ma è l’uomo di un luogo preciso, definito. E che non vi è trasformazione urbana che non significhi anche trasformazione della vita dei suoi abitanti e dei suoi amministratori. La prospettiva gnostica di de-territorializzare i corpi insita nell’ideologia dominante tecnico-scientifica, può essere corretta dalla tradizione di “saper fare comunità” dell’edilizia sacra che ha formato e caratterizzato i tessuti urbani delle nostre città nel tempo e nello spazio. Un tempo “liturgico”, discontinuo, costantemente “deciso”, un tempo ri-tagliato, non indifferente e
omogeneo. Uno spazio capace di meravigliosa polifunzionalità del monastero, molto più avanti delle cose che facciamo oggi; esso era ospedale, albergo, luogo di culto, stazione, posta, mercato, scuola, università, tutt’insieme.
Tali sono i vantaggi, che offrono gli edifici “religiosi”, in un vero progetto di riqualificazione delle città contro la tendenza mercantilistica di clinicizzare tutto: la clinica per le opere d’arte, quella per gli studenti, l’altra per i malati, per i patiti d’opera che vanno a teatro.
Tutto è rigido, e proprio in un territorio in cui non c’è più alcun luogo! Al bisogno di dare valenze simboliche alla città, il politico amministratore risponde con auditori, ospedali, studentati, restauri privati di edifici pubblici, secondo consuetudine! E soffrendo il già costruito, “le permanenze”, che occupa spazio per le strade, i suoi parcheggi e i suoi nuovi contenitori. Dentro i quali non esiste più persona né comunità tra persone. Al più vi risiederanno “comitati” di interesse, a difesa di interessi assolutamente privati! Un luogo assume valore simbolico, all’opposto, quando esiste tra le persone un ethos comune, o,
per quanto debole, una forma di religio civilis.
Non saper cogliere l’opportunità concreta del patrimonio del costruito “sacro”, induce a conseguenze irreversibili: il primo rischio è convogliare le ingenti risorse messe a disposizione (fondi privati, regionali, europei diretti e indiretti, PNRR…), nel vortice di un bulimico neo colonialismo che indisturbato, traccia le strade dei dogmatismi delle forme a priori dissociate da ogni relazione. Esalta un’estetica fondata su rinnovati punti di vista del gusto, della scomposizione speculativa di parti di città con voluto inganno, ricorrendo a colorati addobbi e improponibili foreste o peggio, a scipiti quanto innovativi slogan che tanto colpiscono l’immaginario dell’incolta provincia: smart city, green city, next city, soft city,
city life, intelligence city…
Il secondo rischio è la sistematica privatizzazione della città per comparti con l’inevitabile negazione del principio in atto che invece, ha lo scopo di includere, di riportare le persone a abitare la città anche perseguendo i criteri di sussistenza, solidarietà e accoglienza che tanto hanno caratterizzato Padova nell’anno del Volontariato! La città è pure un luogo simbolico capace di rappresentare ideali civili con i loro doveri morali; senza ideali civili non vi è discorso politico e neppure architettura della città nel senso più nobile e più politico di questo termine.
Diseguaglianze spaziali e ingiustizie sociali sono i temi del racconto urbanistico che segnerà il futuro “rigenerativo” delle città, da sempre immaginate come lo spazio delle integrazioni sociali e culturali per eccellenza. Porre asetticamente fede alla mera politica della “rigenerazione urbana” senza la critica consapevolezza che come tutte le politiche, richiede un’ideologia e una retorica, significa non attrezzarsi per far fronte alle contraddizioni dell’omologante ideologia del mercato e dell’opprimente retorica della sicurezza. Constatazione che suggerisce agli attori interessati, di considerare la città come una fondamentale risorsa non fosse altro per la grande quantità di capitale umano che vi si trova, distribuito su un largo spettro di competenze, e a proporre di conseguenza, un grande piano di attrezzature pubbliche, di recupero dei quartieri più degradati, di innovativi incentivi per “riabitare la città”.
Il recupero del patrimonio edilizio sacro ci invita all’adozione di politiche che non si affidino a opere grandi, spettacolari e omologanti, ma intervengano in modo diffuso per tutelare il luogo e garantire porosità, permeabilità ed accessibilità alla natura e alle persone: a tutti indistintamente! Potrà essere utile inoltre, ribadire quanto dall’architettura sia possibile giungere a una rinnovata visione globale della città, consapevoli che l’architettura della città è la forma della sua individualità strettamente connessa alla memoria. Unica vera forza in grado di rinnovare il senso di appartenenza di una comunità al luogo che abita.
Permanenze e modificazione impongono di ritornare a progettare inseguendo quel necessario frammento di utopia della realtà capace di trasformare in una direzione praticabile per la collettività il quotidiano diversamente organizzato. È del presente che ci dobbiamo occupare, è l’oggi che va rivelato e cambiato attraverso l’immaginazione concreta, non intesa come via di fuga (creatività) o sublime inutilità ma come quell’utopia che ha pressappoco lo stesso significato di possibilità (Robert Musil) necessaria.
Chi, invece, si limita ostinatamente a parlare del futuro malleabile e tecnologicamente controllabile promettendo articolate infrastrutture, grandi opere, sicuro e incondizionato benessere, città pulite e green-sorridenti, apre in noi il sospetto che in questo discorso ideologia, retorica e virtuosismo si avvicinino pericolosamente per costruire insieme una falsa coscienza celatamente conservatrice, reazionaria e speculativa. [riprende articolo]
E’ auspicabile che l’Amministrazione Comunale, la Diocesi di Padova, i vari enti proprietari di tali strutture, tra cui l’Agenzia del Demanio, il Demanio militare, le congregazioni religiose, riflettessero sulla possibilità di rivalutare tali strutture, recuperando magari, attraverso l’attribuzione di una funzione di carattere sociale, fabbricati che tendono a deperire e crollare, e rappresentano veri e propri “buchi” urbani, spesso preda di attenzioni da parte di attività degradate, quando non criminali. Infine, il processo in atto di transizione energetica, unitamente agli obbiettivi di conservazione artistica supportati dal Ministero della Cultura attraverso la Soprintendenza, prescrivono per questi fabbricati e queste opere interventi di ristrutturazione, isolamento, miglioramento energetico che risultano indispensabili per una loro fruizione moderna ed economicamente sostenibile.
Dott. Amedeo Levorato – con arch. Ivan Iobstraibizer, Padova, 28 luglio 2024
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